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Sezione a cura di Fabio C.



Alcune date hanno significati storici che le rendono uniche, quando segnano punti di svolta, momenti di inizio, cambiamenti epocali. Il 24 gennaio 1981 è una di queste, perché segna il debutto dell’Audi quattro nel Campionato Mondiale Rally. Non fu un debutto qualsiasi, fu il momento di una svolta epocale, sia tecnica che sportiva. Nulla dopo allora è rimasto uguale a prima, nel mondo dei rally.

Per supportare il lancio commerciale della rivoluzionaria urquattro, Audi decise di utilizzare le corse su strada per valorizzare le innovative caratteristiche tecniche del nuovo modello.
Partì da lontano, mandando in avanscoperta nei rally internazionali, quasi in sordina, alcune 80 GLE a due ruote motrici già nel 1979/80, per testare le soluzioni tecniche da trasporre in seguito sulla quattro.
La trazione integrale Audi trovò il banco di prova ideale alla Parigi Dakar del 1980, vinta dal fuoristrada Volkswagen Iltis, 4x4 progenitore della trasmissione “quattro”.

Quando la squadra Audi si affacciò ufficialmente nel Mondiale Rally con la quattro, al Montecarlo del 1981, introdusse una serie di innovazioni che avrebbero cambiato la storia della specialità: il motore turbo abbinato alla trazione integrale permanente, senza dimenticare il frazionamento a 5 cilindri, mai impiegato in gara prima di allora.

L'ingresso di questa vettura nel mondo dei rally venne accolto da tutti con un misto di curiosità, scetticismo e timore. Nessuna di queste soluzioni tecniche era mai stata utilizzata in precedenza, neppure singolarmente. La scommessa di Audi era azzardata, ma poteva avere successo, un successo anche devastante per gli avversari e capace di ridisegnare la fisionomia della specialità.

E così fù. Ingaggiati alcuni tra i migliori piloti di quell’epoca, primo fra tutti il finlandese Hannu Mikkola che sarebbe diventato una bandiera per Audi nel motorsport, i risultati non tardarono ad arrivare. Già alla seconda gara giunse la prima vittoria assoluta, con Stig Blomqvist al Rally di Svezia, seguita pochi mesi dopo dalla prima storica vittoria di un equipaggio femminile in una gara mondiale, la francese Michéle Mouton in coppia con la torinese Fabrizia Pons, al Rally di Sanremo 1981.

Ormai la sfida era lanciata. La squadra Audi, diretta da Walter Treser prima e da Roland Gumpert poi, pur pagando qualche inesperienza e alcune ingenuità, cominciò a macinare successi su successi, sbaragliando la concorrenza per varie stagioni, in virtù di una superiorità tecnica al momento inarrivabile per gli avversari. Nel 1982 giunse il primo titolo Mondiale Costruttori, grazie a sei vittorie su undici gare conseguite dalla urquattro preparata secondo i regolamenti del Gruppo 4.

Neppure un cambio di regolamenti tecnici poté rallentare l’ascesa dell’Audi quattro. Nel 1983 venne introdotto il Gruppo B e la vettura, nella configurazione denominata inizialmente A1 ed A2 in seguito, consentì ad Hannu Mikkola di vincere il suo primo titolo mondiale piloti, con quattro vittorie assolute e diversi piazzamenti.

Ma è nel 1984 che la progressione Audi raggiunse l’apice con il duplice titolo di campione del mondo costruttori e piloti, grazie allo svedese Stig Blomqvist.
Sempre in quell’anno la corazzata tedesca si arricchì di nuove potenti armi: sul fronte piloti venne ingaggiato il tedesco Walter Röhlr, strappato alla Lancia, ed in primavera esordì la versione “corta” della quattro, denominata Sport, ancor più potente e maneggevole. Anche questo nuovo modello coronerà l’anno magico Audi con una vittoria a fine stagione, in Costa d’Avorio.

Dal 1983, oltre ad urquattro e sportquattro, in diverse gare del Mondiale vennero impiegati anche altri modelli, come la 80 quattro B2 e la coupè quattro, che colsero ottimi risultati dimostrando che l’intera gamma Audi a trazione integrale era in grado di competere validamente nelle gare ai massimi livelli. L’impegno della casa dei quattro anelli non si limitò al Campionato Mondiale. In molti paesi vennero costituiti team nazionali per partecipare ai campionati locali, supportati dalla Casa madre e configurati di volta in volta in base alle differenti situazioni locali.
Primo fra tutti Audi UK, ma anche Audi Sweden, Audi Sport Italia con il giovanissimo Michele Cinotto, e poi ancora Francia, Finlandia, Austria, USA, ovviamente Germania ed altri ancora. Il domino Audi nei rally tra il 1982 ed il 1984 fu quasi assoluto.

Le altre case che erano state protagoniste sino all’avvento di Audi rimasero un poco stordite dalla profonda rivoluzione tecnica ed impiegarono qualche anno per riorganizzarsi e mettere in campo nuovi modelli che potessero validamente contrastare le pentacilindriche di Ingolstadt.

La lezione era stata dura, ma Lancia, Peugeot, Ford e molte altre case sfruttarono l’esperienza accumulata da Audi su turbo e trazione integrale per progettare ex-novo vetture appositamente studiate per le competizioni, in ciò agevolate dai permissivi regolamenti tecnici del Gruppo B.
Tutti puntarono su motori centrali potentissimi e scocche molto leggere, ottenendo piccoli mostri tanto veloci quanto pericolosi.
Audi invece, i cui vertici per principio volevano che le vetture da corsa rispecchiassero il più possibile, almeno nello schema tecnico di base, le vetture di serie in vendita nelle concessionarie, rispose con una evoluzione della Sportquattro mantenendo il motore anteriore. Nacque così quell’icona dei rally che risponde al nome di Audi Sportquattro E2, meglio nota tra gli appassionati come S1.
Dotata di una potenza superiore ai 600 cv e di una configurazione aerodinamica realmente impressionante, è forse l’auto più estrema che abbia mai corso nei rally. Prodotta in circa 20 esemplari (ma solo la metà di questi furono realmente utilizzati in gara), prometteva prestazioni che andavano forse al di là delle possibilità umane di guida anche per i più grandi campioni del volante.
Vinse solo una gara, il Rally di Sanremo del 1985, pilotata del grandissimo Walter Röhrl.

Ma le cose erano andate troppo oltre, la Federazione si fece sfuggire di mano la situazione ed una serie impressionante di incidenti mortali nel giro di pochi mesi mise tutti di fronte alla indifferibile necessità di porre un freno ad una escalation che pareva senza limiti.
Audi agì per prima, decidendo, al temine di un drammatico Rally del Portogallo 1986, il ritiro ufficiale dalle competizioni. Due mesi dopo la stessa Federazione, dopo l’ennesimo incidente mortale, impose lo stop alle pericolosissime Gruppo B.

Il subitaneo ritiro fu una mossa che venne in seguito interpretata anche in chiave di politica sportiva e commerciale. Audi in soli cinque anni si era costruita una fama indelebile, aveva imposto i suoi standard tecnici a tutta la specialità, il marchio “quattro” aveva in breve raggiunto un valore ed un peso commerciale che si sarebbe accresciuto nei decenni a venire.
La missione iniziata con coraggio nel 1981 era terminata, con grande successo.
Al di la delle considerazioni etiche e sportive, continuare ancora non avrebbe aggiunto nulla, anzi il rischio era di deteriorare una immagine che era la massimo del successo.

I nuovi progetti del folle Gruppo S, cancellato ancor prima di nascere, rimasero così sulla carta ed anche la misteriosa e controversa evoluzione della S1 con motore posteriore (quasi un sacrilegio per Audi) sparì fisicamente dalla faccia della terra ed ancor oggi si favoleggia se sia mai esistita realmente, come in un film di fantascienza…..

Ma non proprio tutto andò perduto, in qualche modo l’uscita di scena dalla competizioni su strada fu più morbida e meno traumatica di quanto pareva in quel marzo 1986.
La sportquattro S1 venne ulteriormente potenziata ed evoluta nell’aerodinamica per adattarla alla corsa in salita su terra denominata Pike’s Peak, una gara estrema ove la spettacolare Audi raccolse eccellenti risultati in più di una edizione.
La scomparsa del Gruppo B deciso dalla Federazione Internazionale lasciò campo libero alle vetture di Gruppo A, berline o coupè di grande serie, molto meno performanti ma estremamente più sicure.
Forse proprio queste considerazioni portarono Audi ad un breve ritorno sulla scena del Mondiale Rally del 1987 con la ingombrante berlina 200 quattro, la quale ottenne una clamorosa doppietta al massacrante Safari Rally in Kenya, grazie all’accoppiata di stelle Mikkola – Röhrl. Raccogliendo così una vittoria anche nell’unica gara che ancora le mancava nel palmares mondiale.

Si chiudeva così l’avventura nel Mondiale Rally, che aveva fruttato in totale 24 vittorie assolute e quattro titoli mondiali nel corso di sette stagioni.

Proseguì però l’attività delle filiali nazionali e dei team privati, che non aveva mai cessato di affiancare la squadra ufficiale a tutte la latitudini.
Da segnalare l’utilizzo di altre versioni della gamma Audi a quattro ruote motrici, come la Coupè S2 ed anche la 90 quattro B3, con la quale Paola De Martini si aggiudicò il titolo di Campionessa Europea Femminile nel 1988.

Con quest’ultima affermazione si chiuse definitivamente l’epopea Audi nei rally, un’avventura che consentì alla Casa di affermarsi come primo costruttore mondiale di auto a trazione integrale.
Ma soprattutto rimane il grande merito di aver ridefinito, con grande coraggio, gli standard tecnici dell’intera specialità pienamente validi ancor oggi, trenta anni dopo, sulle modernissime vetture WRC.